
Media Press

15/09/2026
INTERVISTA - Bajocco Festival 2026: “Un amplificatore culturale che punta dritto al cuore!”
Calato il sipario sulla quindicesima edizione - con circa 90mila presenze in tre giorni - Gianluca Pelle traccia un bilancio artistico, culturale ed etico che va oltre i semplici numeri. “Difendere e valorizzare l’arte di strada - dice - significa proteggere un bene comune”.
ALBANO LAZIALE (RM) - Applausi rubati all'asfalto per tre giorni di bellezza pura che ha riempito di incanto gli occhi di adulti e bambini. Tra polvere di stelle, bolle di sapone e tanti sorrisi, l'arte di strada si è fatta poesia senza tempo. Una forza viva e necessaria in un momento storico delicato dove “difendere, fortificare e restituire centralità a questa forma d'espressione significa proteggere un bene comune”.
Ed è proprio da qui che è partita nel 2011 - e prosegue ancora oggi - la scommessa degli organizzatori: un impegno viscerale a custodire la qualità artistica, culturale e la straordinaria intensità emotiva di questo grande evento. Bajocco Festival, andato in scena ad Albano Laziale dall’11 al 13 settembre scorsi, ha celebrato così non solo la sua evoluzione, ma la forza di una collettività che si ritrova nello stupore, riscoprendosi ancora capace di sognare a occhi aperti.
Un bilancio, dunque, che va oltre i numeri, come spiega Gianluca Pelle, Presidente dell’Associazione XV Miglio ideatrice e organizzatrice dell’evento:
Novantamila persone in tre giorni: un numero enorme. ‘A caldo’ ti chiedo, quindi, com'è andata questa edizione di Bajocco Festival?
“È andata oltre ogni aspettativa: un crescendo sera dopo sera, con il picco di sabato che ci ha regalato una risposta di pubblico davvero incredibile. È stato bellissimo vedere tantissime persone di età diverse, famiglie e ragazzi vivere l'evento. Un festival che è andato oltre il semplice intrattenimento: attraverso le nostre proposte artistiche e culturali abbiamo raccontato il nostro modo di veicolare la cultura, facendoci ispirare dal mondo di Fellini”.
Quindici anni sono un traguardo importante:
“Compiere quindici anni porta a fare i conti con l’identità della manifestazione stessa, come un adolescente che cerca il proprio posto nel mondo. Noi quel posto lo abbiamo trovato nell'arte di strada. Oggi Bajocco Festival è un festival maturo che dialoga con un pubblico altrettanto pronto ed esigente; il fatto che molte persone sono tornate più volte a rivedere le stesse esibizioni ne è la prova. E anche gli artisti lo percepiscono: sanno di essere all'interno di un evento internazionale e questo crea un bellissimo scambio di stima tra noi e loro”.
Una scelta controcorrente di quest'anno è stata quella di eliminare le grandi strutture dalle postazioni. Come ha reagito il pubblico a questo nuovo modo di vivere lo spettacolo?
"Il tema felliniano ha guidato ogni scelta, compresa quella di spogliare le postazioni da grandi strutture o allestimenti imponenti. E all'inizio questo ha spiazzato qualcuno: c'era chi, non vedendo il classico “palcoscenico”, pensava non ci fossero spettacoli. In realtà è stata una scelta precisa. Volevamo che le performance non fossero un impatto visivo immediato o passivo, ma che entrassero in contatto diretto con le persone, seminando emozioni e riflessioni destinate a restare anche dopo".
Hai parlato di 'amplificatore culturale': in concreto, che impatto ha questo sulle persone che vengono a vedervi?
"Cultura per noi significa aprire la mente. Una delle soddisfazioni più grandi di quest'anno è stata guardare strade, piazze, vie e vedere pochissimi cellulari alzati. E se le persone li usavano, era per fotografarsi tra loro, per condividere quel momento insieme. Lo spettacolo lo hanno vissuto con gli occhi, connettendo la mente a ciò che stavano guardando invece di 'congelare' l'emozione dentro un file. Questa è la vera magia".
Un festival di queste dimensioni muove anche l'economia locale, la molla iniziale però è un'altra:
"Assolutamente. È vero che Bajocco Festival genera un indotto economico, ma non è mai nato per quel motivo: non è un contenitore commerciale. È, prima di tutto, un “amplificatore culturale'”. Fin dalla prima edizione, infatti, l'obiettivo è sempre stato dare un'impronta precisa al territorio, un segno distintivo che facesse dire: 'In questa città c'è qualcosa di unico".
Come definiresti questa edizione?
"È stata una vera e propria scommessa. L'alternativa era fare un festival qualunque pur di farlo, o rimanere fedeli alla sua identità. Abbiamo scelto di non tradire la visione culturale che portiamo avanti da anni, mantenendo intatta l'anima della manifestazione, la sua energia più grande".
Prima dei numeri e della macchina organizzativa: come nasce un’edizione di Bajocco Festival?
"Nasce prima di tutto come un'immagine mentale. Inizio a immaginare come potrebbe essere l'atmosfera e cosa potrebbe ispirarla. Quando scelgo gli artisti, non lo faccio mai a caso: devono legarsi gli uni agli altri, creare un dialogo, connettersi con la visione d'insieme e parlare a un pubblico preciso. Solo quando questa mappa interiore è chiara, parte la macchina organizzativa vera e propria".
E Bajocco Festival 2026 è stato esattamente come lo avevi immaginato?
"Sì! In tutto e per tutto".
Eventi di questo genere non sono solo intrattenimento, ma creano cultura, bellezza e senso di appartenenza. Quanto conta per una comunità potersi rispecchiare in un festival come questo?
“Bajocco Festival appartiene a chi lo vive. Credo sia questa la sua vera forza: dare un'identità culturale forte al nostro territorio. Perché quando l’arte, la cultura, la bellezza diventano accessibili a tutti scendendo in strada, non si fa solo spettacolo, si dona alle persone un motivo in più per sentirsi orgogliose della propria città. Eventi come questo sono patrimonio di tutti, qualcosa da custodire e far crescere insieme".
A fine spettacolo un artista ha ringraziato Bajocco Festival per prendersi cura di un “mestiere fragile”. È davvero così “fragile”, oggi, l’arte di strada?
"Assolutamente sì, e lo sono anche le manifestazioni che la ospitano. Viviamo in un momento storico che va nella direzione opposta a ciò che l'arte di strada racconta: oggi la cultura viene spesso intesa come difesa di ciò che si è e di ciò che si possiede. Un atteggiamento che porta a chiudersi, a non accettare il diverso e a non mettersi in discussione. L'arte di strada, invece, vive esattamente del contrario: di apertura, curiosità e incontro".
Esiste, secondo te, un modo per difendere questa bellezza culturale e renderla più forte?
"Iniziare a farsi delle domande, a coltivare il dubbio. Quando si incontra uno spettacolo di strada, bisognerebbe chiedersi, “Perché?” questo artista, vestito in modo stravagante o intento in
un'esibizione magari rischiosa, sta facendo tutto questo? È una sfida con sé stesso? O sta cercando di raccontarmi qualcosa? La risposta parte sempre da quella curiosità".
(Intervista: NF)
